Sorprendeva come ai ragazzi di luc riuscisse così bene vivere una vita normale. Qualcuno la prendeva molto sul serio, qualcun altro ci giocava, comunque erano riusciti a crearsi uno spazio loro, lo spazio luc, relegando il resto del tempo alla vita di tutti i giorni. Un meccanismo perverso non intacca necessariamente la routine, figurarsi la coscienza. Nessuno di loro aveva paura. Questa era la caratteristica più evidente. D’altra parte la creazione di luc era servita a ricacciare via proprio la paura, la paura della noia. Solo tanucci pensava alle volte di essere scoperto, ma stava cercando di smettere di far uso di droghe e questo rappresentava un aspetto collaterale. germano si era fidanzato a casa con Pamela, 18 anni, segretaria tecnocasa, una delle più belle ragazze del paese. Acqua e sapone, remissiva con lui ma non con i suoi coetanei, l’aveva conosciuta tramite il lavoro di geometra, la trovava una ragazza a posto, e da poco aveva iniziato a dargliela. Il padre di Pamela era un costruttore un po’ traffichino, di quelli invischiati con la politica, ma ci teneva tanto alle buone maniere. Aveva voluto conoscere germano il quale, aveva preso a frequentare la casa dei suoceri due volte alla settimana. Quasi ogni giorno trovava il tempo di passare a trovarla, stavano un po’ sotto casa, oppure, se la madre li chiamava dalla finestra, saliva a prendersi un caffé. germano non trovava molto divertente trascorrere due o tre ore con persone grandi, parlando di lavoro, di perizie, di progetti matrimoniali e, soprattutto, ascoltare quel pallone gonfiato del padre che, a suo dire, aveva costruito pure il centro sportivo della lazio. germano considerava quelle conversazioni una sorta di preliminari alla scopata con Pamela. C'era qualcosa in lei che lo attraeva, il profumo, l’innocenza e il fatto che non si fosse ancora sporcata la vita. Non lo faceva benissimo, ma gli piaceva quando si avvinghiava e lo graffiava con quelle unghiette smaltate mezzo sexy e mezzo bimba viziata. germano sapeva ridere con lei, ma non era mai un riso convinto. Lei gli parlava delle sue idee per rinnovare il negozio, di un viaggio che avrebbe voluto fare a Parigi, se Tamara e Consuelo (altre due fiche del paese) erano meglio di lei, di un vestito che aveva visto a via del corso. germano la lasciava parlare, non raccontava molto di sé, con lei passava per essere un tipo solitario. E dire che quando stava con martino il chiacchierone era lui. germano comunque puntava dritto al cuore: ci sposeremo, siamo la coppia più fica del paese, se ti rivedo con quello stupido gli spacco le gambuscielle a lui e a te (e poi lei lo baciava, contenta che lui fosse geloso). Trascorreva con lei circa 9 ore a settimana. Durante il giorno germano lavorava presso lo studio geometra Bonati, che aveva preso una sorta di appalto con il comune. germano non fuggiva mai ai suoi impegni. Non passava per zelante, ma per ragazzo coscienzioso. Non era certo il miglior geometra del paese (lo era un certo Stefano Costantini), si era diplomato con un voto onesto ma sapeva comunque lavorare, e l’architetto di lui si fidava. Mangiava a casa dalla mamma, che gli voleva molto bene. Non aveva alcun rapporto con suo padre (commercialista) e una volta l’aveva pure spintonato per le scale (l’aveva visto con una puttana). Passava molto tempo al bar (ci faceva colazione, seconda colazione, caffé post prandiale, merenda, aperitivo, serata al biliardo). Stava più al bar che con Pamela. germano aveva delle storielle, di solito con femmine di altri paesi. Pamela restava sempre la sua Pamela e le voleva bene.
martino era famoso per essere un gran lavoratore. Fin da piccolo gli amici lo prendevano in giro (quando lui non c’era): non giocava mai, doveva sempre lavorare con il padre che lo portava alla vigna e a governare le vacche e a fare il fieno e a cogliere le olive. martino riusciva a lavorare anche 15 ore al giorno. Sapeva di essere stato cresciuto e mantenuto dai suoi genitori ed ora semplicemente gli era riconoscente. Si era fatto un nome come meccanico e arrotondava la paghetta del padre con modifiche ai motorini e manutenzione di trattoretti e motoseghe. La gente lo considerava una persona retta, seria, senza grilli per la testa, anche se il suo carattere chiuso lo portava un po’ all’isolamento in piazza. Fu con germano che iniziò a frequentare un po’ di persone e qualche sparuta ragazza. Ma martino era timido e non concluse mai niente di speciale. Grazie alle arti marziali prese a lavorare nelle discoteche. Ma mai una volta decise di non mettere la sveglia alla mattina. Alle 6, anche se magari aveva dormito 2 ore, scattava in piedi pronto ad aiutare suo padre.
fabrizio era considerato, dalla famiglia e da chi lo conosceva bene, uno studente modello, anzi, forse pure troppo: la sua smania di approfondire tutto lo portava a sapere tanto, ad avere voti alti, ma a rimanere leggermente indietro con gli esami. A casa erano contenti di lui, sarebbe diventato un ingegnere e magari sarebbe andato anche all’estero. In piazza passava per tipo strano ma indubbiamente interessante. Le sue teorie erano in grado di animare dibattiti improvvisati sulle panchine intorno alla fontana. Seguiva anche lezioni di altri indirizzi, mettendo talvolta in crisi i professori (più d’uno lo odiava per la sua supponenza). All’università era considerato un grande eppure non riusciva a rimorchiare gran che: stupidi ingegneri carini gliele soffiavano tutte. E poi lui sceglieva sempre strafiche, modelle uscite da qualche rivista patinata. Accettò di fare per un periodo il volontario della croce rossa, ma dopo pochi mesi lasciò perdere. Secondo germano l’aveva fatto solo perché si era preso una mezza cotta per Lauretta (che germano era riuscito a farsi), ma l’ingegnere negò sempre. fabrizio andava in bici e correva molto, ma secondo germano avrebbe dovuto fare un po’ di pesi per combattere quel mezzo rachitismo che c’aveva (non era rachitico, ma germano ci ricamava su).
tanucci aveva fatto un sacco di cose, tutte con esiti mediocri ma mai fallimentari. Aveva cambiato 4, 5 volte scuola, tentato l’università, fatto un po’ di lavoretti grazie a suo padre, forse avrebbe ripreso gli studi, forse sarebbe andato in Inghilterra, forse il padre gli avrebbe trovato un posto al Ministero. Insomma, il solito buon tanucci. Fondamentalmente viveva a partire dalle 18 pomeridiane. Si vedeva con gli amici in palestra (ma poteva passare anche 2 ore su di una panca chiacchierando senza alzare un peso). La sera appuntamento con le macchine, si correva, si pippava, e poi in giro, per locali, anche uscendo da Roma, con puntate in Romagna o Toscana. Talvolta un caffè al volo a Napoli. Tornava ch’era giorno e dormiva fino alle 18. Estate e inverno. Con luc era cambiato, ma neanche troppo. Una corazza vuota, eppure formalmente anche lui rientrava nella categoria dei bravi ragazzi: per molti paesani era un ottimo partito, molte ragazzine se lo contendevano, girava voce che fosse frocetto, ma comunque qualche storiella con le femmine l’aveva avuta.
Senz'altro era nullo l’unico a sembrare diverso (per il grande pubblico), ma solo quando ti accorgevi di lui. Era raro accorgersene. Forse è per quello che si vestiva di nero e si era fatto crescere i capelli (capelli scialbi, lisci, castano impolverato). Sì, qualcuno poteva dire che era un ragazzo strano, ma più che altro diceva che era brutto e insignificante. Non aveva amici, passava veloce nel bar a prendere il latte per la madre e se ne andava subito. Camminava furtivo, come se avesse qualcosa da nascondere. E ci riusciva bene: nascondeva se stesso. Si era iscritto a filosofia dopo aver letto nel bagno dell’autogrill di Fiano Romano un frammento di un certo Timone: erano anni che ci girava intorno. Ma non aveva dato ancora un esame. Ascoltava musica metal ripetitiva con le cuffie, non faceva del male a nessuno, da solo. Ma questo non era vero sempre.
